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Poesie di Franco Costabile
Franco Costabile è un famoso poeta sambiasino, vissuto a lungo lontano dalla sua Calabria, che ha amato e odiato, riflettendo la sgradevole dualità tra chi vive in paese ed ha voglia di scappare e chi vive lontano ed ha voglia di tornare.
Costabile descrive la sua terra con arte e sentimento. Le sue composizioni sono secche, ma suggestive: ricordano gli odori, i sapori, le emozioni della dura terra di Calabria di qualche decennio fa.
Il poeta ci onora di una citazione, non lusinghiera: "Liberateci, dai coltelli di Gizzeria", nella poesia "Il canto dei nuovi migranti", che vi consiglio di leggere da cima a fondo.

Franco Costabile in un quadro di Enotrio.

Il canto dei nuovi migranti

Ce ne andiamo.
Ce ne andiamo via.

Dal torrente Aron
Dalla pianura di Simeri.

Ce ne andiamo
con dieci centimetri
di terra secca sotto le scarpe
con mani dure con rabbia con niente.

Vigna vigna
fiumare fiumare
Doppiando capo Schiavonea.

Ce ne andiamo
dai campi d'erba
tra il grido
delle quaglie e i bastioni.

Dai fichi
più maledetti
a limite
con l'autunno e con l'Italia.

Dai paesi
più vecchi più stanchi
in cima
al levante delle disgrazie.

Cropani
Longobucco
Cerchiara Polistena
Diamante
Nao
Ionadi Cessaniti
Mammola
    Filandari...

Tufi.
Calcarei
immobili
massi eterni
sotto pena di scomunica.

Ce ne andiamo
rompendo Petrace
con l'ultima dinamite.

Senza
sentire più
il nome Calabria
il nome disperazione.

Troppo tempo
siamo stati nei monti
con un trombone fra le gambe.
Adesso
ce ne scendiamo
muti per le scorciatoie.

Dai Conflenti
dalle Pietre Nere da Ardore.

Dal sole di Cutro
pazzo sulla pianura
dalla sua notte, brace di ucccelli.

Troppo tempo
a gridarci nella bettola
il sette di spade
a buttare il re e l’asso.
Troppo tempo
a raccontarci storie
chiamando onore una coltellata
e disgrazia non avere padrone.
Troppo
troppo tempo
a restarcene zitti
quando bisognava parlare, basta.

Noi
vivi
e battezzati
dannati.
Noi
violenti
sanguinari
con l'accetta
conficcata
nella scorza
dei mesi degli anni.
Noi morti
ce ne andiamo
in piedi
sulla carretta.
Avanzano le ruote
cantano i sonagli verso i confini.

Via!
Via
dai feudi
dagli stivali dai cani
dai larghi mantelli.

Ussahè…

Via
    Via!

Via
dai baroni.

I Lucifero
I conti Capialbi
I Sòlima gli Spada
I Ruffo
I Gallucci.

Usciamo
dai bassi terranei
dal sudario
dei loro trappeti
dai parmenti
della vendemmia
profondi
a lume di candela
e senza respirazione.

Via
dai Pretori
dalla Polizia
dagli uomini d'onore.

Non chiamateci.
non richiamateci.

È scritto
nei comprensori
È scritto
nei fossi nei canali
È scritto
in centomila rettangoli
alto
su due pali
Cassa del Mezzogiorno
ma io non so
    che cosa
si stia costruendo
se la notte
    o il giorno.

Ci sono raffiche
su vecchie facciate
che nessuno leva: l'occhio
del Mitra
è più preciso
del filo a piombo della Rinascita.

Addio,
    terra.
Terra mia
    lunga
    silenziosa.

Un nome
non lo ebbe
    la gioventù
non stanchiamoci adesso
che ci chiamano col proprio cognome

Nnoi
Noi
ce ne siamo
    già andati.

Dai catoi
dagli sterchi orizzonti.

Da Seminara
dalle civette di Cropalati.

Dai figli
appena nati
inchiodati nella madia
calati dalle frane
dall'Aspromonte
dei nostri pensieri.
Spegnete
le lampadine della piazza.
scordiamoci
delle scappellate
dei sorrisi
    dei nomi segnati
e pronunciati per trentasei ore.

Cassiani
Cassiani
Cassiani
Cassiani
Foderaro Galati
Foderaro
Antoniozzi
Antoniozzi
Cassiani
Cassiani

La croce
sulla croce,
diceva l'arciprete.
E una croce
sulla croce,
segnavano le donne.
andavano
e venivano.

Foderaro
Antoniozzi
Antoniozzi

È stato
sempre silenzio.
silenzio
    duro
    della Sila
delle sue nevicate a lutto.

È stato
il pane a credenza
portato
sotto lo scialle
all'altezza del cuore.
Sono stati
i nostri occhi stanchi
guardando
le finestre illuminate
della prefettura.

Carabinieri,
    fermatevi.

Guardate,
    giratevi
non c'è nemmeno un cane.
Siamo
tutti lontani
    latitanti.

Fermatevi.

Rrestano
gli zapponi
dietro la porta,
icieli,
i vigneti.
La pietra
di sale sulla tavola.

I vecchi
che non si muovono
dalla sedia, soli
con la peronospera nei polmoni.
Le capre
la voce lunga
degli ultimi maiali scannati.
L'argento
a forma a forma di cuore, nella chiesa.
Le ragnatele
dietro i vetri, le madonne.
la ragnatela del Carmine
la ragnatela di Portosalvo
la ragnatela della Quercia

Restano le donne
consumate da nove a nove mesi
con le macchie
della denutrizione
    della fame.

Le addolorate
Le pietà di tutti gli ulivi,
Lavando
rattoppando
cucinando su due mattoni
raccogliendo
spine e cicoria.

Cancellateci
dall'esattoria

Dai municipi
dai registri
dai calamai
    della nascita.

Levateci
il I giorno di scuola
senza matita
senza quaderno
senza la camicia nuova.

Toglieteci
dalle galere.
Non ubriacateci.
Liberateci
dai coltelli di Gizzeria

dal sangue dei portoni.
Non chiamateci da Scilla
con la leggenda
del sole
    del cielo
    e del mare.

Siamo
ben legati
a una vita
a una catena di montaggio

Scioglieteci
dai limoni
    dai salti
del pescespada.

Allontanateci
da Palmi e da Gioia.

Noi
vivi
Noi
morti
presi
e impiccati
cento volte
ce ne siamo già andati
staccandosi dai rami,
dai manifesti della repubblica.

Di notte
come lupi
come contrabbandieri
come ladri.

Senza un'idea dei giorni
delle ciminiere degli altiforni.
Siamo
in 700 mila
su appena due milioni.
Siamo
i marciapiedi
più affollati.
Siamo
i treni più lunghi.
Siamo
le braccia
le unghie d'Europa.
Il sudore Diesel.
Siamo
il disonore
la vergogna dei governi.

Il Tronco
di quercia bruciata
il monumento al Minatore Ignoto

Siamo
l'odore
di cipolla
che rinnova
le viscere d'Europa

Siamo
un'altra volta
la fantasia
    degli dei.
Milioni di macchine
escono targate Magna Grecia.
Noi siamo
le giacche appese
nelle baracche nei pollai d'Europa.

Addio,
    terra.
Salutiamo,
    è ora.

La rosa nel bicchiere

Un pastore
un organetto
il tuo cammino.
Calabria,
polvere e more.

Uova
di mattinata
il tuo canestro.
Calabria,
galline sotto il letto.

Scialli neri
il tuo mattino
di emigranti.
Calabria,
pane e cipolla.

Lettera
dell'America
il tuo postino.
Calabria,
dollari nel bustino.

Luce
d'accetta
l'alba
dei tuoi boschi.
Calabria,
abbazia di abeti.

Una rissa
la tua fiera
Calabria,
d'uva rossa
e di coltelli.

Vendetta
il tuo onore.
Calabria,
in penombra,
canne di fucili.

Vino e quaglie,
la festa
ai tuoi padroni.
Calabria,
allegria di borboni.

Carrette
alla marina
la tua estate.
Calabria,
capre sulla spiaggia.

Alluvioni
carabinieri,
i tuoi autunni,
Calabria,
bastione di pazienza.

Un lamento
di lupi,
i tuoi inverni.
Calabria,
famigliola al braciere.

Francesco di Paola
il tuo sole.
Calabria,
casa sempre aperta.

Un arancio
il tuo cuore,
succo d'aurora.
Calabria,
rosa nel bicchiere.



Mio sud

Mio sud,
mezzogiorno
potente di cicale,
sembra una leggenda
che vi siano
torrenti a primavera.

Mio sud,
inverno mio caldo
come latte di capre,
già si dorme
fratello e sorella
senza più gusto.

Mio sud,
pianura mia,
mia carretta lenta.
Anime di emigranti
vengono la notte a piangere
sotto gli ulivi,
e domani alle nove
il sole già brucia, i passeri
a mezz'ora di cammino
non hanno più niente da cantare.

Mio sud,
mio brigante sanguigno,
portami notizie della collina.
Siedi, bevi un altro bicchiere
e raccontami del vento di quest'anno.

Mio treno di notte
lento nella pianura
Battipaglia... Salerno...
mio paesano, stanco sulla valigia,
cane vagabondo.

Mio questurino
davanti a un'ambasciata,
potevi startene adesso in collina
a dare sotto le foglie il verderame,
sentire l'aria la terra,
le ragazze dell'altro versante darti una voce.
Potevi essere
anche un perito agrario
se a casa potevano,
intenderti di migliorìe, d'allevamenti,
e pensare un trapianto a primavera.
O forse eri solo un manovale,
lavoravi a giornate,
forse non lavoravi.

Adesso un silenzio, il giorno:
da qui a lì, e niente succede.


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